Comunità energetiche, la transizione dal basso ostacolata da tagli e burocrazia

di Attilio Piattelli, presidente del Coordinamento FREE

Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) rischiano di diventare l’ennesima occasione mancata della transizione energetica italiana. Mentre il dibattito pubblico sull’energia è tutto concentrato sul possibile ma inutile ritorno al nucleare, visto che oggi le rinnovabili sono molto più sicure e meno costose di questa tecnologia, le comunità energetiche, una delle esperienze più innovative di partecipazione diretta di cittadini, enti locali e piccole imprese per la produzione e condivisione di energia rinnovabile, si trovano di fronte a ostacoli tutt’altro che marginali: la drastica riduzione dei fondi del PNRR e l’eccesso di burocrazia.

Nel tentativo di lanciare un grido di allarme, il Coordinamento FREE, insieme a numerose altre organizzazioni, nei giorni scorsi ha chiesto al Governo di ripristinare parzialmente le risorse originariamente previste dal bando PNRR dedicato alle CER, fino a totale copertura di tutte le pratiche presentate in tempo utile. La misura era stata finanziata con 2,2 miliardi di euro, ma nel novembre 2025, a bando ancora aperto, la dotazione è stata ridotta a 795,5 milioni, lasciando senza copertura molte delle domande presentate entro i termini previsti dal bando.

Eppure, dopo un primo periodo in cui lo sviluppo delle CER è proceduto molto più lentamente del previsto (a fine novembre 2025 risultavano attive solo 1.660 configurazioni CER, con circa 16.700 utenti associati e 157 MW complessivi a fronte di un obiettivo al 2030 di 5.000 MW), gli ultimi dati dicevano che l’interesse per questo modello stava finalmente crescendo. Infatti, entro i termini di scadenza del bando, sono state presentate oltre 58 mila richieste di finanziamento per un valore di circa 1,46 miliardi di euro e una potenza complessiva superiore a 3.300 MW.

Oggi ci si ritrova invece nella situazione in cui migliaia di famiglie, amministrazioni comunali e imprese hanno investito tempo e denaro in studi di fattibilità, pratiche autorizzative e percorsi partecipativi sulla base di regole di gara che poi sono state modificate pochi giorni prima della chiusura del bando. Una scelta che rischia di compromettere la fiducia dei cittadini nelle politiche pubbliche per la transizione energetica.

Fiducia che, anziché essere messa alla prova, andrebbe rafforzata poiché le comunità energetiche rappresentano molto più di una semplice modalità di sviluppo delle rinnovabili. Sono il simbolo di un nuovo modello energetico basato sulla produzione diffusa e sulla partecipazione dei cittadini. Grazie soprattutto al fotovoltaico ma anche ad altre fonti rinnovabili, le persone possono oggi autoprodurre energia vicino ai luoghi di consumo, riducendo la dipendenza dalle fonti fossili e anche l’alto costo delle bollette. Le CER permettono di condividere questa energia a livello locale, trasformando utenti, fino ad oggi passivi, in protagonisti della transizione.

Attraverso una comunità energetica una quota significativa della ricchezza, che tutti gli anni esce dai territori per le spese energetiche, può invece restare sul posto. Si creano così opportunità di investimento locale, occupazione e contrasto alla povertà energetica.

In aggiunta, le CER possono favorire una diffusione capillare della cultura della decarbonizzazione. Per la prima volta cittadini e amministrazioni sono chiamati a confrontarsi direttamente con temi come consumi, efficienza energetica, pianificazione territoriale e fonti rinnovabili. La transizione smette di essere una questione per specialisti e diventa un processo collettivo e territoriale.

Per tutti questi motivi lo sviluppo delle CER va salvaguardato e i fondi vanno ripristinati. Le risorse, peraltro, non mancano: l’Unione europea ha recentemente concesso all’Italia nuovi margini di flessibilità per gli investimenti nella transizione energetica. Utilizzarli per finanziare le domande rimaste escluse significherebbe sostenere non solo nuovi impianti rinnovabili, ma anche un modello di democrazia energetica capace di redistribuire ricchezza, conoscenza e potere decisionale alle comunità locali.

Questo sarebbe il primo passo per il rilancio dello delle comunità energetiche, poi bisognerà con urgenza lavorare anche sulla semplificazione burocratica, che oggi rappresenta un altro grande freno allo sviluppo delle CER.


Questo articolo è uscito su Il Manifesto, all’interno dell’insrto L’Extraterrestre


 

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